La Soglia
Il vento arrivava dal lago portando odore d’acqua, terra umida e reti da pesca lasciate ad asciugare sulle pietre.
Le colline della Galilea non erano alte, ma morbide, consumate dal sole e dal tempo. Erba secca, cespugli bassi, ulivi contorti che sembravano più vecchi degli uomini seduti sotto i loro rami.
La luce del pomeriggio cadeva inclinata sul pendio, colorando tutto di oro e rame. La polvere sollevata dai sandali restava sospesa nell’aria come una nebbia sottile.
La folla era sparsa lungo il fianco della collina in modo disordinato. Nessuno aveva costruito quel luogo per ascoltare un discorso, eppure sembrava fatto apposta. Rocce piatte usate come sedili, bambini seduti a terra, anziani che si coprivano gli occhi dal sole con una mano.
Più in basso si vedeva il lago: immobile a tratti, increspato dal vento in altri. Alcune barche ondeggiavano vicino alla riva. Ogni tanto arrivava il richiamo lontano di un pescatore.
Non c’era monumentalità. Nessun tempio. Nessun trono. Solo uomini e donne stanchi.
Contadini con mani spaccate dalla terra. Pescatori. Malati. Mendicanti. Persone abituate alla quotidianità della fatica.
E in mezzo a loro quell’uomo.
Non parlava come uno scriba. Non alzava la voce per dominare la folla. Quando taceva, il vento sembrava diventare più forte.
Dietro di lui il cielo iniziava lentamente a cambiare colore. L’azzurro duro del giorno lasciava spazio a sfumature più calde. Gli ulivi proiettavano ombre lunghe sul terreno sassoso.
Un cane attraversò il bordo della folla senza che nessuno ci facesse caso. Qualcuno tossì.
Un bambino rise, subito zittito dalla madre. E poi tornò il silenzio. Quello dell’attesa.
Come se tutti avessero la sensazione che le parole pronunciate lì, in quel luogo, potessero restare per sempre.
Più in alto, nascosti tra le rocce, quattro persone osservavano la scena senza riuscire a parlare.
Luca Ferri aveva smesso di prendere appunti da almeno dieci minuti. La piccola videocamera fissata al polso tremava leggermente nella sua mano.
Marco De Santis respirava in fretta.
Alessandro Mantovani guardava la folla con gli occhi spalancati, incapace di decidere se sentirsi privilegiato o colpevole.
Priscilla Conti teneva il rosario stretto nel pugno così forte da farsi male.
Nessuno osava pronunciare quel nome. Eppure era lì, sospeso nei loro pensieri come qualcosa di proibito.
L’uomo parlò ancora. La distanza impediva di distinguere tutte le parole, ma la voce arrivava lo stesso. Calma. Ferma. Terribilmente umana. Non sembrava un re. Non sembrava un profeta. Sembrava qualcuno che conosceva perfettamente il dolore degli uomini seduti davanti a lui.
Priscilla fece un passo indietro.
“Dobbiamo fermare tutto”.
Nessuno rispose. Lei guardò Luca.
“Subito”.
Luca distolse gli occhi dalla collina.
“Priscilla.”
“No.”
La sua voce tremava appena.
“Qui non si tratta più di ricerca.” Marco la fissò.
“Stiamo guardando un momento che ha cambiato il mondo.”
Priscilla abbassò la voce.
“E noi non abbiamo il diritto di essere qui.”
Alessandro sussurrò:
“Ma non stiamo facendo niente…”
Priscilla si voltò verso di lui.“
Il solo fatto di esserci cambia tutto.”
Il vento si alzò improvvisamente.
Sulla collina, l’uomo interruppe il discorso. Per un istante sembrò guardare nella loro direzione. Quattro persone smisero di respirare nello stesso momento.
Marco sentì un brivido attraversargli la schiena.
“No…” mormorò.
Luca cercò subito una spiegazione razionale. Impossibile vederli da quella distanza. Impossibile. Eppure l’impressione restò. Netta. Terribile. Come se non fossero loro a osservare il passato.
Ma il passato ad aver notato loro.
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