Quel che resta di noi
Noi
Il profumo che sento, il senso di infinito che avverto e il lampo di colori che vedo esplodere quando penso a loro mi spinge a scrivere queste righe nel tentativo, forse vano, di lasciare una traccia del mio passaggio. Le cose che ho imparato potranno, se essi lo vorranno, risultare utili e servire ad altri viaggiatori nel ciclo infinito e misterioso della vita.
Tutto inizia un pomeriggio d’estate. Al tempo in cui avevo quattordici anni, ogni paese aveva il suo cinematografo e anche Castelmassa, non faceva eccezione. La domenica pomeriggio spesso si andava al cinema. Le ragazze avevano la deplorevole abitudine di andarci in due o tre, escludendo così, di fatto, la possibilità per noi ragazzi di andare al cinema in compagnia della propria preferita. Odiavo questa usanza con tutto me stesso, tuttavia, mi adeguavo. Quel pomeriggio ero da solo, presi il biglietto ed entrai al buio nella sala. Dopo due passi, senza vedere nulla, sfiorai dei capelli lunghi e un po’ crespi. Erano i suoi. In quel momento sentii dentro di me che la conoscevo da sempre e che sarei stato con lei per sempre. Come no, tutti gli adolescenti pensano che la loro prima cotta non finirà mai. Ma per me era diverso, quella donna speciale sarebbe diventata mia moglie, madre dei miei figli.
Erano circa le nove di sera, quella sera, quando mia moglie sentì che Silvia voleva finalmente sapere se il mondo che le stavamo donando era come, per nove mesi, l’aveva sognato stando nel grembo della madre. In automobile abbiamo raggiunto l’ospedale di Badia Polesine sentendo, come tutti i futuri papà e mamme, che stava per iniziare una storia unica e irripetibile.
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