L'ultimo giorno

 

La portafinestra

L'ultimo giorno non è cominciato quando il veterinario mi ha detto che non c'era più nulla da fare. È cominciato molti anni prima, il giorno in cui una piccola cucciola color miele è entrata nella nostra casa, senza sapere che stava per cambiarla.   
Quei due occhioni mi osservavano attraverso la portafinestra del salotto. Non ne volevo sapere di farti entrare. Non ti volevo. 
I miei genitori avevano sempre avuto cani e sapevo bene cosa significasse affezionarsi a uno di loro. Sapevo che, un giorno, avrei dovuto dirgli addio. Per questo cercavo di tenerti fuori.
Tu continuavi a fissarmi.
Sembrava quasi che mi chiedessi:
“Perché non mi vuoi?”
Non potevi capire.
Eppure eri tranquilla.
Come se sapessi già che, prima o poi, ti avrei voluto bene.
Cominciammo così a guardarci un po' di traverso. Tu cercavi di entrare. Io cercavo di tenerti fuori.
La sera tornavi nel locale della caldaia, dove passavi la notte. Pensavo che ti fossi rassegnata. Solo molto tempo dopo capii che avevi una paura tremenda della solitudine e, soprattutto, dei rumori. Ti consolavi aspettando il mattino. Per te ogni alba era una nuova possibilità di conquistare quel posto che avevi già scelto come casa.
Ero l’unico in famiglia a fare da argine ma ero destinato a soccombere perché sprigionavi una simpatia irresistibile. Anche quando mi arrabbiavo tantissimo per le tue marachelle non riuscivo a non sentirmi sopraffatto da quei tuoi occhioni dolci che dicevano:
“Sono brava?”
Era una partita persa. A poco a poco dovetti accettare che fossi diventata parte della nostra famiglia. E della mia vita.
Non lo sapevo ancora, Lea. Quella partita l'avevi vinta il giorno stesso in cui ti eri seduta davanti alla portafinestra.
La prima volta che mi mangiasti gli occhiali mi infuriai. Li raccolsi da terra e te li lanciai contro. Tu ti ritirasti in un angolo, spaventata, con quell'espressione di chi non riusciva a capire cosa avesse fatto di male. Per te era stato un gioco. Per me no.
Avevi l'abitudine, quando lavoravo in garage, di aspettare il momento in cui mi distraevo. Allora afferravi un attrezzo e partivi di corsa per il cortile.
Era il tuo modo di chiedermi attenzione.
Non c’è cacciavite che non abbia traccia dei tuoi potenti denti sopra il manico di plastica. Eri proprio una simpatica monella.
Ormai ti conoscevo ed ero sempre in guardia per prevenire i tuoi giochetti ma avevo imparato anche io a farti degli scherzi che si prendevano gioco di te. Fu così che, un piccolo scherzo dopo l'altro, diventammo inseparabili.

 

 

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