Sette minuti
Quel campo di grano
Quando ripenso a quel giorno, mi stupisce una cosa. Oggi ho sessantanove anni. Quel giorno ne avevo quaranta e credevo che il difficile fosse stato arrivare fin lì. Mi sentivo invincibile. Mi sbagliavo.
Davanti a me avevo il futuro. Eppure continuavo a guardare il grano.
Quando andammo a vedere il terreno che avevamo acquistato rimasi lì, fermo, davanti a un campo di grano ancora da mietere. Nessuno degli altri sembrava farci caso. Io invece non riuscivo a staccare gli occhi da quella distesa gialla che ondeggiava leggermente con la brezza del mattino.
Entro pochi mesi sarebbe scomparso.
Al suo posto sarebbe sorta una fabbrica di personal computer.
Dovevo costruire una struttura all’avanguardia. Avevamo appena concluso un contratto con una grande società americana per produrre, con il suo marchio, in Italia.
Avevo impiegato una vita per arrivare fin lì. Da quando ero bambino non avevo mai smesso di inseguire quell'obiettivo: costruire una fabbrica nel mio paese.
Per anni avevo dato la colpa alla mancanza di occasioni, ai soldi che non bastavano, alle persone sbagliate.
Adesso non avevo più scuse. Dovevo provarci davvero. Fu così che cominciò una storia che avrebbe cambiato tutto.
Non la fabbrica.
Me.
Anestesia
La sera, a cena in pizzeria, gli sguardi erano diversi.
Afra mi circondava di attenzioni che cercavano di sembrare normali. I bambini, pur essendo piccoli, percepivano che qualcosa non andava.
Nessuno parlava dell'intervento.
Nessuno ne aveva davvero paura. Io sì.
Tutto sembrava dirmi che non c'era nulla di preoccupante. Io, però, ero preoccupato.
Molto.
L'attesa per me era una tortura. Non era tra le cose che sapevo fare. La mente vagava tra mille pensieri senza fermarsi davvero su nessuno. Era come una farfalla che svolazza di fiore in fiore senza trovare quello giusto sul quale posarsi.
La mattina dell'intervento mi svegliai molto presto. Forse avevo dormito due o tre ore. Afra dormiva ancora. Rimasi qualche minuto a guardarla.
Mi colpì una cosa banale. La tranquillità del suo viso. Io ero agitato. Lei no. O almeno era molto più brava di me a nasconderlo.
Mi alzai senza fare rumore e andai in cucina. Preparai il caffè per abitudine, poi mi ricordai che non potevo bere nulla. Lo lasciai lì.
Fuori dalla finestra il paese si stava svegliando come tutte le mattine. Le persone andavano al lavoro. Qualcuno portava a spasso il cane. Il camion dell’immondizia passò lentamente lungo la strada.
Mi sembrò strano che il mondo continuasse normalmente mentre io ero fermo ad aspettare.
Poco dopo comparve Silvia, ancora assonnata.
Si strofinò gli occhi e mi guardò.
"Papà, oggi vai in ospedale?"
"Sì."
"Poi torni?"
"Certo."
Prima di uscire diedi un'ultima occhiata alla casa. Non perché pensassi davvero che potesse succedermi qualcosa. Ma perché qualcosa dentro di me continuava a suggerirmi di farlo.
Afra prese le chiavi. Io chiusi la porta. E andammo verso l'ospedale.
L'ospedale era lo stesso di sempre. Corridoi lunghi, pareti chiare, quell'odore indefinibile di disinfettante che sembra uguale in ogni ospedale del mondo.
Mi registrarono in pochi minuti. Firma qui. Firma là. Una infermiera gentile mi accompagnò nella stanza. Tutto sembrava studiato per rassicurare. Otteneva l'effetto opposto.
Mi fecero indossare il camice verde e riporre i vestiti in un armadietto metallico. Fu in quel momento che mi sentii davvero un paziente. Fino ad allora ero stato un imprenditore, un marito, un padre. Adesso ero soltanto un uomo in attesa di un intervento.
Afra sedeva accanto al letto. Parlavamo poco. Non c'era molto da dire. Ogni tanto le sorridevo. Lei ricambiava. Entrambi sapevamo che stavamo fingendo tranquillità per proteggere l'altro.
Poi il trasferimento. Verso metà mattina arrivò un infermiere.
"Ci siamo."
Mi alzai. Afra mi strinse la mano. Ricordo ancora il suo sguardo mentre uscivo dalla stanza. Fu l'ultima cosa che vidi della mia vita. O almeno così mi sembrò dopo.
Poi il corridoio. La barella avanzava lentamente sotto una fila interminabile di luci al neon. Una dopo l'altra. Una dopo l'altra. Avevo visto quella scena in decine di film. Non avrei mai pensato di trovarmi dall'altra parte.
Entrammo in sala operatoria. Faceva freddo. Molto più freddo di quanto immaginassi. Tutti sembravano sapere esattamente cosa fare. Io no.
L'anestesista si presentò. Era sorridente. Mi spiegò la procedura. Non ricordo quasi nulla di quello che disse. Ricordo soltanto l'ultima domanda.
"È pronto?"
Avrei voluto rispondergli che non ero pronto per niente. Non per l'intervento. Non per lasciare Afra. Non per lasciare i bambini. Non per lasciare la Winner. Ma annuii.
Sentii qualcosa entrare lentamente nella flebo. L'anestesista mi sorrise.
"Adesso conti fino a dieci."
Uno.
Due.
Tre.
Quattro.
Poi il tempo smise di esistere.
L'ultima immagine che attraversò la mia mente fu quel campo di grano che ondeggiava piano nella brezza del mattino. Come se tutto fosse ricominciato da lì.
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